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Violenza domestica: il ruolo del fisioterapista

3, Dic 2025

Parlare di banalità della violenza domestica può sembrare un paradosso, ma è proprio nella sua apparente normalità che risiede la sua forza distruttiva.

Come scriveva Hannah Arendt a proposito della “banalità del male”, ciò che spesso appare come quotidiano o insignificante può nascondere dinamiche profonde di controllo e sopraffazione. Allo stesso modo, nella vita di molte donne, la violenza si insinua in gesti comuni — una gelosia, un rimprovero, un isolamento — fino a diventare una prigione silenziosa.

In questo contesto, il fisioterapista può svolgere un ruolo essenziale. Il suo lavoro, basato sul contatto fisico e sulla relazione di fiducia, lo pone in una posizione privilegiata per cogliere i segnali di disagio e fornire un primo sostegno umano e professionale.

La storia di Elena e Marta

Elena è una fisioterapista esperta e attenta. Un giorno rivede Marta, una sua vecchia paziente. Marta un tempo era vivace e sorridente, ma ora appare chiusa, timorosa, con abiti larghi e lividi sulle braccia che giustifica come “incidenti”. Elena, pur preoccupata, rispetta i suoi silenzi ma resta vigile.

Durante la seduta successiva, Marta si mostra agitata: riceve continui messaggi dal compagno Marco, che la controlla e le impone regole rigide. Elena decide di affrontare la situazione con delicatezza, usando un tono calmo e non giudicante. Dopo un momento di esitazione, Marta confida che Marco è geloso, la isola dalla famiglia e, quando si arrabbia, diventa violento.

Elena la ascolta con empatia, le ricorda che non è colpa sua e le fornisce i contatti di un centro antiviolenza. Con il tempo, Marta trova il coraggio di lasciare il compagno e di ricominciare. Ritrova il sorriso, torna a lavorare e sceglie di aiutare altre donne che, come lei, hanno vissuto qualche forma di violenza sia nell’ambito familiare che al di fuori.

Il fisioterapista come punto di riferimento

La storia di Elena e Marta mostra come la violenza domestica non sia solo un problema sociale, ma anche una questione sanitaria. Molte donne, infatti, si rivolgono ai servizi di cura per dolori o disturbi fisici senza riuscire a parlare della violenza che subiscono. Il fisioterapista, grazie alla relazione di fiducia e alla vicinanza corporea, può diventare un punto di riferimento fondamentale.

Ecco le principali mansioni e responsabilità che un fisioterapista può assumere in questi casi:

E 1. Riconoscere i segnali fisici e comportamentali

Il primo passo è l’osservazione attenta. Il fisioterapista deve imparare a notare:

  • Segni fisici inspiegabili come ecchimosi, graffi, fratture o contratture muscolari frequenti;
  • Rigidità corporea o paura del contatto, che possono indicare tensione emotiva;
  • Comportamenti di chiusura o isolamento, come evitare di parlare del partner o ridurre i contatti con amici e familiari;
  • Giustificazioni incoerenti (“sono caduta”, “ho urtato”) ripetute nel tempo;
  • Segnali di controllo esterno , come telefonate insistenti o messaggi durante la seduta.

Il fisioterapista deve essere discreto ma vigile, evitando di sottovalutare ciò che osserva.

E 2. Comunicare in modo empatico e non giudicante

La comunicazione è una parte fondamentale del sostegno. Il fisioterapista deve:

  • Creare un ambiente sereno e sicuro , dove la paziente possa sentirsi accolta e ascoltata;
  • Usare domande aperte, come “Vuoi raccontarmi cosa ti sta succedendo?” invece di “Perché non lo lasci?”;
  • Evitare ogni forma di giudizio o pressione, rispettando i tempi emotivi della persona;
  • Utilizzare un linguaggio gentile e rassicurante, adatto all’età e al vissuto della paziente;
  • Accompagnare la comunicazione verbale con gesti calmi, uno sguardo attento e un tono di voce pacato.

Questa modalità permette di costruire fiducia e incoraggiare la persona ad aprirsi, riducendo la paura e la vergogna.

E 3. Offrire supporto pratico e orientamento

Una volta emersa la situazione, il fisioterapista può:

    • Ascoltare senza giudicare e trasmettere un messaggio chiaro: “Non è colpa tua, meriti rispetto e sicurezza”;
    • Fornire informazioni sui centri antiviolenza, numeri di emergenza e servizi sanitari o sociali;
    • Collaborare con altri professionisti (medici, psicologi, assistenti sociali) nel rispetto della privacy della paziente;
    • Rispettare la volontà della vittima, senza forzarla a prendere decisioni immediate, ma accompagnandola con pazienza;
    • Documentare con attenzione eventuali segni fisici o testimonianze, sempre nel rispetto delle norme etiche e deontologiche.

Il sostegno deve essere continuo e incondizionato: anche un piccolo gesto di ascolto può rappresentare per la vittima l’inizio di un nuovo percorso.

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